lunedì 23 ottobre 2017

Nobody has a heart without some holes

JAKE BELLISSIMO - THE GOOD WE’VE SEWN

Poco più di un anno e mezzo fa capitavo per caso sul Bandcamp di un giovane cantautore americano, restavo incantato al primo ascolto, mi emozionavo forte, compravo all'istante un sette pollici e scrivevo le mie solite due righe emo sul blog.
In seguito accadde quello che ogni tanto (mai abbastanza) accade, quando un sovraccarico di entusiasmo si intreccia a una forte dose di ingenuità e a un sincero desiderio di condividere con tutti la musica bella: Jake Bellissimo mi mandò le sue nuove canzoni, le suonai alla radio, qualcun altro si innamorò, mi scrissero, le feci ascoltare a qualche altro amico, lui venne anche in Italia per un tour e mezzo (che fatica!) e ora - finalmente! - esce il primo album a suo nome: The Good We've Sewn. E posso dire con molta soddisfazione che lo pubblica quello sgangherato collecttivo a cui ogni tanto provo a dare una maldestra mano pure io, quelli della We Were Never Being Boring. Ascoltatelo quando avete un po' di tempo: spero con tutto il cuore che vi piaccia.

C'è un desiderio che vorrei vedere esaudito, uno e un solo desiderio per tutta la vita: vorrei non perdere mai la capacità di provare meraviglia. E che sia la meraviglia per un vasto cielo vuoto di nubi, o per come certe parole messe in fila possono riempirti gli occhi di lacrime, la meraviglia per il tempo che cambia la forma di un amore, o quella per un incontro inatteso che ti tiene sveglio a camminare e parlare tutta una notte: vorrei poter dire un giorno “di tutte le cose che mancano in ogni vita, in questa non è mai mancata la meraviglia”. E sarei felice.
Io credo che un sentimento molto vicino a questo sia quello che è possibile sentire palpitare nella musica di Jake Bellissimo. Giovane compositore newyorkese, dopo una prima parte di carriera con lo pseudonimo di Gay Angel, e dopo un EP nel 2016 (Piece Of Ivy, Drunk With Love Records), arriva ora alla prima prova sulla lunga distanza, mostrando già una maturità fuori del comune.
Immaginate un elegante pop orchestrale che tenga assieme la poesia di Andrew Bird con l’urgenza drammatica di Bright Eyes, riuscendo a distendersi in sontuosi arrangiamenti che possono ricordare i Belle & Sebastian o Jens Lekman, frutto della formazione da musicista classico di Jake. Un suono che riesce a essere prezioso sia nei suoi momenti più accesi e trascinanti (il singolo Indipendence Day), come in quelli più delicati e idilliaci (In Weston), sia quando si presenta scarno e acustico (Noise War), o quando arriva a sfiorare i colori del musical, come nella title track. Un album che ti travolge e che ti parla da vicino, un’opera prima capace come poche altre di donare meraviglia. 




mercoledì 18 ottobre 2017

Don’t say it’s over, 'cause nothing ever is!

Shout Out Louds live @ Astra Kulturhaus, Berlino 2017/10/14

Shout Out Louds live @ Astra Kulturhaus, Berlino 2017/10/14

Per chi arriva da Bologna, la zona intorno all’Astra Kulturhaus di Berlino a prima vista ha un’aria abbastanza familiare: quello scenario post-industriale abbandonato e occupato, poi riconvertito e ripulito, e infine di nuovo consumato e degradato al livello in cui coesistono - tutto sommato pacificamente - graffiti di chissà quali illustri artisti ospitati in passato e furgoni di piadinari, neon colorati e angoli dove ammucchiare carcasse di lamiere, alberi monumentali e ruderi ricoperti di tag e cespugli, la progettualità e il pattume, bar asettici come Apple store e androni (probabili garage di giorno) intasati di divani vintage (o che diventeranno vintage dopodomani, non si vede bene) dove franare a finire birre inevitabilmente artigianali sotto lo sguardo severo di buttafuori e guardarobieri. Anche gli angoletti di spaccio fuori dai cancelli della metro sembrano in fin dei conti abbastanza composti, segnalati nell’ombra da uno speaker bluetooth che diffonde trap in mezzo alle gambe del gruppetto di ragazzi che mi attraversano con lo sguardo. È come se la capitale tedesca mi dicesse “vez, adesso te lo faccio vedere io come si fa la tua Piazza Verdi”.
Mi sembra per un attimo di ritornare a quella prima notte al Livello57, al Bestial Market di tanti anni fa, ma su scala esagerata. Questo è Blade Runner 2049 in 3D, e quello era Nirvana di Salvatores in videocassetta. Manca però negli occhi lo stesso stupore, lo stesso trasporto. Mi domando se esista un numero massimo di ex aree industriali riconvertite in centri sociali, spazi espositivi, squat, “laboratori”, orti urbani, localini tipici Instagram con le scritte in corsivo sulle lavagnette, che un tessuto urbano può sopportare di assorbire. Berlino deve essere senza dubbio uno dei principali esperimenti mondiali in questo ramo della ricerca, con una concentrazione vertiginosa di architetture che contengono e prolungano all’infinito ogni gesto compreso tra il currywurst, il vernissage, il kinderyoga e la coda per l’ingresso con accredito, e in mezzo una sosta ironica al Photoautomat da “veri” turisti.
Certo, atterrare a Berlino per un classico e iper-provinciale weekend mordi e fuggi leggendo Teoria della classe disagiata condiziona fatalmente la prospettiva. Eppure è vero che al decimo “questo era un grande magazzino della DDR, dopo il Muro è stato occupato, ci ho visto gli Yo La Tengo in una stanzetta così, adesso apre uno show-room della Mercedes” non si capisce più perché dovrebbe essere importante distinguere il confine tra l’autentico e l’autosuggestione. Non è più questione di cinismo: è solo design, “spiegato bene”.
Sono qui per vedere gli Shout Out Louds in concerto, nel 2017, e forse anche io non sono più il fiero Bauhaus di una volta. Nel quartierino semi-periferico che è la mia generazione esco sempre di meno, ogni tanto faccio un giro in bici di notte, quando non c’è traffico, ma a volte ho il sospetto di essere stato sgomberato pure io. Eppure non è sempre così: prendi per esempio questo splendido imbrunire d’autunno berlinese. A mano a mano che passano gli anni, le stagioni alla radio e i nuovi nomi delle serate negli stessi locali che frequentiamo da sempre; a mano a mano che gli ultimi lavori di gentrificazione di quello che chiamavamo “indie rock” non valgono più nemmeno come esercizio di stile per avanzi di clickbait; a mano a mano che i ricordi si confondono, i poster che strappavamo sono stati messi ordinatamente in cornice e per l’abbonamento alla passione della tua vita te la cavi con dieci euro al mese, l’idea stessa di continuare a fare una fragile cosa che facevi identica quindici anni prima – soltanto perché hai l’ingenua convinzione che sia ancora bella e importante – mi appare, giorno dopo giorno, sempre più inedita, sconvolgente e azzardata. L’azzardo modesto e irrilevante delle mie abitudini e dei miei logori gusti mi porta a guardare questi onesti musicisti, questa sera qui davanti a me, con una quantità di benevolenza, amore e riconoscenza che trascende qualsiasi valutazione della musica, per quanto la mia possa essere già soggettiva, del tutto di parte e via via meno lucida da qui fino alla fine del concerto. Voglio dire: sull’ultimo bis degli Shout Out Louds, una travolgente versione di Impossible che non voleva mai finire, siamo saliti di corsa sul palco a ballare in mezzo a Ted, Carl, Adam e Bebban. Abbiamo più di quarant’anni, dei figli, la maglietta inzuppata di sudore e vaffanculo: questa musica è ancora la nostra casa.
Shout Out Louds live @ Astra Kulturhaus, Berlino 2017/10/14
Per un periodo, è sembrato che gli Shout Out Louds non dovessero nemmeno arrivare qui. Molti dicevano che non ce la facevano più, che dopo l’ultimo album era passato troppo tempo, tempo più veloce del loro suono, altre scelte di vita, altre scelte di carriera non sempre indovinate, col senno di poi. Una manciata di recensioni gentili e poco più, “un gruppo da 7”, giusto per l’anzianità di servizio e l’affetto di qualcuno per i primi Duemila. Eppure il nuovo Ease My Mind è un disco sontuoso, compatto, perfetto compendio della storia della band svedese. Un disco che merita attenzione, che trabocca una serenità conquistata e che si lascia alle spalle domande e contraddizioni. Forse ha in scaletta un paio di ballate di troppo, forse soffre la mancanza di un vero singolo sferzante e decisivo, ma il suo passo mai troppo spedito e mai troppo lento trova il ritmo della tua malinconia e riesce a raccontarti la sua, anche dietro la luce calda e tranquilla che diffonde. Una malinconia sorridente in forma di pop pieno di chitarre e cori. Riesci a immaginare qualcosa di più anacronistico? E invece questo ennesimo tour europeo ha visto gli Shout registrare parecchi sold-out. Anche stasera ci sono andati vicino, ma l’Astra di Berlino, una elegantissima sala in legno ereditata dal Dopolavoro Ferroviario della Germania dell’Est, sembra davvero enorme. Oltre un migliaio di persone e ancora c’è spazio in fondo. Guadagno un posto avanti senza troppa fatica mentre stanno finendo The Hanged Man, il nuovo progetto di Rebecka Rolfart, chitarrista delle adorabili Those Dancing Days. Niente di più lontano da quelle atmosfere: tanto le Those Dancing Days si presentavano come solari e scanzonate, quanto gli Hanged Man suonano drammatici, a volte piuttosto ipnotici e dark. Sono molto bravi a creare spazi dilatati che le percussioni, affilati synth e la voce cupa di Rebecka riempiono con notevole passione. Ma la domanda che mi gira in mente tutto il tempo è che tipo di live faranno questa volta gli Shout Out Louds. Li ho visti attraversare più o meno tutte le fasi della loro carriera: dalla folgorazione a Emmaboda 2003, anno in cui esplosero in Svezia, con quell’indiepop travolgente che pestava forte come schietto rock’n’roll, passando per la stagione dei set più ambiziosi ed espansi, in qualche misura sulla traccia di certi Arcade Fire, fino agli ultimi anni, in cui anche le canzoni che sui dischi sembravano più cerebrali, introverse e asciutte, si animavano e si illuminavano, e ti abbracciavano come sanno fare solo gli Shout: un indie rock liberato, disteso, ormai senza tempo né pressioni.
L’attacco del concerto di Berlino mi stende: Paola, la canzone più apertamente New Order del nuovo album, un lungo inno all’età dell’oro, alla capacità di afferrarla, all’amicizia che tiene assieme una vita intera. Sentirla dal vivo, così enorme e scintillante, mi fa rabbrividire. La band è salita sul palco con calma, sembra in forma nonostante le settimane on the road, e la risposta del pubblico è subito imponente. Un elemento costante dopo tanti concerti degli Shout Out Louds: hanno sempre le platee più felici e sorridenti che abbia mai visto. Nel giro di cinque minuti sto parlando con una coppia che è arrivata in macchina da Praga. Ogni tanto si solleva un’onda di pogo, ma è una roba da festa del liceo. Le successive Very Loud e Fall Hard in rapida sequenza sono la doppietta che mi mette già definitivamente KO. Non ero pronto, non sapevo quanta voglia avessi di sentire di nuovo gli Shout Out Louds dal vivo. Sembra passato tantissimo tempo, e ogni ragionevole considerazione intorno al valore di un loro disco o un altro non ha più senso. Le loro canzoni hanno segnato così tanti momenti diversi sulla mappa dei miei ultimi tre lustri che lì, davanti al palco dell’Astra, è come se fossi più leggero, trasparente, e facessi tutto il giro da capo un’altra volta, ma senza dolore.
Shout Out Louds live @ Astra Kulturhaus, Berlino 2017/10/14
La scaletta del concerto procede così, tra canzoni classiche dentro cui perdere gambe e testa (Normandie, You Are Dreaming) e pezzi più recenti per tirare fiato (Throw Some Ligth, o la title track del nuovo album). Sulla devastante Tonight I Have To Leave It Adam scende a cantare in mezzo alle prime file, e a quel punto è inevitabile l’abbraccio collettivo tutti intorno a lui mentre perdiamo la voce. Per Walls sale invece sul palco come ospite Ian Hooper, cantante dei Mighty Oaks, band con cui gli Shout erano stati in tour nel 2013, e hai proprio l’impressione che tutto stia succedendo in maniera così naturale e “tra amici” che, nonostante la schiena non ti regga più, questa serata potrebbe anche non finire mai. Ma è interessante osservare come gli Shout Out Louds abbiano raggiunto un punto della propria storia in cui possono permettersi di lasciare fuori da un set alcuni dei loro singoli più noti come 100° o The Comeback, senza comunque far perdere al concerto un solo istante di intensità. Glielo devi concedere, li hai visti crescere, diventare la band matura e senza incertezze di oggi, ed è naturale che abbiano voglia di cambiare.
Grandioso finale, tre canzoni per il bis, prima Adam e Bebban da soli su una delicata Go Sadness, poi la nuova Porcelain (quasi un manifesto dell'ultimo lavoro) e infine Impossible, tirata, rimbombante e commovente come non mai. "Your love is something I cannot remember": ma concerti epocali come questo sanno risvegliare la memoria (e il cuore) come poche altre cose al mondo.





sabato 14 ottobre 2017

Everything you see tonight is different from itself

polaroid – un blog alla radio – S17E02

The Spook School – Still Alive
Boys – Rabbits
Plastic Flowers – How Can I
[in collegamento con Davide dalla redazione di The Breakfast Jumpers]
Paolo Spaccamonti & Paul Beauchamp – White Side
The Clientele – Everything You See Tonight Is Different From Itself
Shout Out Louds – Ease My Mind
Tennis Club – Birthday
The Strokes – The Modern Age

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venerdì 13 ottobre 2017

You've got a lovely haircut, now you don't want me anymore


"I thought you liked me / but you, you just wanna smoke my weed". Storie di feste che non si sa bene come sono andate a finire, ragazze che non abbiamo ancora capito se sono diventate ex o cosa, ma intanto facciamoci un giro in macchina con i tuoi amici (sono tuoi amici questi?) e stiamo ancora un po' fuori. Garage rock a bassa, bassissima fedeltà, voci che arrivano da una radio rotta in cantina, melodie irressitibili come un pacco da sei birre che ti aspetta in frigo dopo questo pacco da sei birre che abbiamo appena aperto: mi sembra di riascoltare per la prima volta i vecchi Harlem. Loro si chiamano Tennis Club, provengono da Joplin, Missouri, hanno appena pubblicato uno sgangheratissimo, fulminante e delizioso album su Spirith Goth Records per il quale non hanno nemmeno fatto lo sforzo di inventarsi un titolo. Forse non inventano nulla nella storia del rock, ma io non so cosa darei per essere a qualche party là con loro stasera!



mercoledì 11 ottobre 2017

Lately I've been living like I'm so far away

the clientele - music for the age of miracles (2017)

Quando incontreremo la persona che, per una vita, abbiamo desiderato con tutto il cuore tornare a incontrare, e nonostante gli anni e le attese, nonostante quel nodo aspro poco sopra lo sterno e il vuoto poco sotto, e nonostante i discorsi che rotoleranno a dirotto nella testa, ci guarderemo negli occhi, il vento soffierà pigro un po’ di foglie, e non sapremo come dire.
Parleremo del tempo. Parleremo di questa sera d’ottobre che scende sul parco, del cielo che si fa viola e vetro, dello scirocco che addolcisce l’imbrunire. E parlando del tempo, il tempo a poco a poco svanirà. Così noi.
Le canzoni dei Clientele sono da sempre un’infinita raccolta di infinite modulazioni di discorsi sul tempo. Da questo punto di vista, i Clientele potrebbero essere considerati la quintessenza del gruppo british. Quel carattere british idealizzato, di altre vaghe epoche, fatto di buone maniere, cordiali abitudini, gusto raffinato e rigoroso, accurato disincanto e frugale ironia. Ma tra le righe di quei discorsi sul tempo, la poesia di Alasdair MacLean ha sempre lasciato filtrare riflessi d’altro: piccole scene palpitanti, istantanee di storie che non si potrebbero raccontare se non attraverso gesti misurati, vorrei dire affettuosi, carezze travestite di musica.
Everyone You Meet, per esempio, una delle più belle canzoni dentro questo il album Music For The Ages Of Miracles, si apre con un consueto sguardo al cielo, “Pleiades fall and Pleiades rise”, eppure dentro questa notte la voce si sente “blue, very blue” e nell’inquietudine non trova sonno. Finalmente, la domanda cruciale giunge nell’ultimo ritornello: “will I see you on Friday night?”.
Music For The Ages Of Miracles arriva dopo sette anni di silenzio per i Clientele ma, come hanno sottolineato tutti, è come se non fosse passato un solo giorno nel loro mondo. The Neighbour, la prima traccia del disco, su un attacco da Left Banke, esordisce così: "Evening’s hymn / Conjures the park / And now, out of the dark / In a dream I followed you home". Esiste qualcosa di più "Clientele"? Intatta la capacità di comporre acquerelli in forma di musica; intatto il dono di saper racchiudere in una canzone un paesaggio che da suburbano si scioglie nel sogno.
Londra, o meglio: il sentimento evocato da una sbiadita fotografia di Londra sembra essere la cornice invariabile di queste scene piene di tramonti autunnali, incontri nella foschia, fantasmi danzanti che ci sembrano familiari, strade in cui camminiamo senza parlare, conversazioni custodite dentro profondi abbracci. Arrangiamenti di fiati e archi scintillanti ma dolcissimi, di una scrupolosa eleganza quasi ipnotica, sempre trattenuti un attimo prima di spargersi nello sdolcinato (non a caso, i pochi paragoni nelle recensioni chiamano in causa lo stile impeccabile dei Tindersticks o gli incanti dei Felt).
La malinconia dei Clientele resta sempre lieve, in trasparenza, come quel sorriso che fai quando parli soltanto del tempo e di quest'aria d'ottobre con la persona che hai finalmente incontrato.

(mp3) The Clientele - Everyone You Met

lunedì 9 ottobre 2017

No such thing as too old!

 no such thing as too old! a cute compilation!

Quelle piccole compilation che una volta ti facevano scoprire mille band che non immaginavi nemmeno, intere scene che si rivelavano preziosi tesori, tutte da scoprire e approfondire: che fine hanno fatto? Oggi che sembra difficilissimo non sapere tutti le stesse cose, oggi che addirittura sembra complicato evitare di venire a conoscere cosa fanno sempre gli stessi nomi, imbattermi in una cassetta indiepop (di per sé un oggetto destinato all'estinzione di un genere già votato all'anonimato e all'isolamento), piena di band che mi sono quasi del tutto oscure, ma che in qualche modo sento già vicine e "mie", è una cosa che mi regala un piacere raddoppiato.
Per festeggiare il proprio compleanno la label indipendente di Saint Louis, Missouri, It Takes Time Records, ha realizzato una cassetta (che vi arriva con tanto di carte tipo giochi di ruolo) intitolata No Such Thing As Too Old! A Cute Compilation!: dimmi se esiste un titolo più twee? In scaletta dieci inediti e solo un paio di nomi che mi sono noti: i cari vecchi Trust Fund (con la loro canzone più "orchestrale" di sempre) e i Boosegumps (con una delicata ballata che mi ha ricordato le Softies), mentre il resto spazia dal lo-fi scarno alla Casiotone For The Painfully Alone di Father Truck, al cantautorato stile Yo La Tengo di Generifus, allo scandi-scanzonato synth-pop di Coastal Car.
Aggiungete infine che la compila ha pure scopo benefico, e il ricavato andrà a sostenere il St. Louis Legal Fund, "a comprehensive legal support fund for use in court and legal costs for activists in the St. Louis region". Non c'è modo migliore per festeggiare un'etichetta e certe care vecchie vie per scoprire musica: vecchie, ma non "too old", per l'appunto.



domenica 8 ottobre 2017

Come back to the city, baby podcast

CINEMA RED AND BLUE

"polaroid - un blog alla radio" S17E01

Cinema Red And Blue – Come Back To The City, Babyface
Radiator Hospital – Nothing Nice
Alvvays – Your Type
Clap Your Hads Say Yeah – Better Off
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per “Troppa Braga“]
Trust Fund – U-Mix
Elva – Tailwind
Petite League – Reclusa
Shout Out Louds – Paola
Guggi Data – 900

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giovedì 5 ottobre 2017

Do you want to forget life?

Alvvays - Antisocialites

Una serie interminabile di domande attraversa Antisocialites, il secondo e atteso album degli Alvvays. “What’s left for you and me?” chiede la magnifica apertura In Undertow, mettendo in chiaro da subito quale sentimento animerà la raccolta, fino ad arrivare alla conclusiva “Did you want to forget about life with me tonight?”, che sembra avere abbandonato la speranza di ogni conforto che non sia oblio. In mezzo, luci incerte dentro immagini di sogno (o era solo un ricordo di noi due?): “If I saw you on the street, would I have you in my dreams tonight?” Poco dopo, un amore tenta di aggrapparsi alle figure votive di Jim Reid e Iggy Pop sublimate nell’LSD, ma puntualmente manca l’obiettivo: “You’re a lollipop in my hair, how could I ever betray you?”. Altrove, una Molly Rankin in versione “mayhem” prova a fare piazza pulita delle insopportabili indecisioni del suo amante: “Hey, have you lost your sense of place?”.
Una serie interminabile di domande che però non sembrano avere bisogno davvero di una risposta. "Now that you’re not my baby / I feel alive for the first time". La band di Toronto non attende indicazioni, sa già qual è la strada che dovrà intraprendere. Forse non c'è dolore più grande ma, dal punto di vista onnisciente ed egoista di noi ascoltatori, non possiamo che esserne felici.
Come ogni grande gruppo indiepop, anche gli Alvvays riescono alla perfezione a tenderci la trappola musicale più dolce, seducente e prevedibile di tutte: mescolare malinconia e tristezza con canzoni squillanti, capaci di trascinare e fare letteralmente scoppiare il cuore di gioia. Mentre i testi racchiudono la cronaca intima, a tratti cupa, di un deterioramento inesorabile, le chitarre e le melodie degli Alvvays sembrano raggiungere uno splendore e una grazia pieni di eccitazione, trovando una forza se possibile anche superiore a quella dell’album che ce li ha fatti conoscere. Sopra misuratissimi tappeti di synth, il suono si è fatto ancora più spazioso, caldo e palpitante. Il rumore è tenuto quasi sempre sotto il livello di guardia.
Se lungo Antisocialites qui e là tornano in mente i prevedibili paragoni che facevamo di fronte alle loro prime prove, dall'indie rock estivo à la Best Coast, all'indiepop più scintillante di Camera Obscura / Concretes (e in mezzo aggiungiamo il rimando ai Television Personalities di Plimsoll Punks, e quella deliziosa riproduzione in scala dei Fleetwood Mac che è Dreams Tonite), bisogna riconoscere che gli Alvvays hanno ormai sviluppato un suono che, in tutto e per tutto, è soltanto loro. E soprattutto bisogna riconoscere che sono riusciti a realizzare un secondo album che addirittura supera le aspettative e i risultati dell'esordio.



venerdì 29 settembre 2017

Indiepop Jukebox: the September issue

Jaded Juice Riders - Bowl Cut

Un anno e mezzo fa i Jaded Juice Riders dichiaravano di voler conquistare il mondo "one garage show at a time": chissà come sta andando il loro programma. Non sarebbe male se accelerassero un po' i tempi, vista l'aria che tira. In ogni caso, bisogna riconoscere che la band di Irvine, California, si sta impegnando e ha già pronto un nuovo album, in arrivo ancora una volta sulla loro etichetta Spirith Goth Records. Si intitolerà Bowl Cut e la copertina è già irresistibile. Oltre al singolo che lo anticipa, questa notevole Mr. Psycho, segnalo in scaletta titoli come Deathsurf, Peach Beach e I'm Tripping Everyday!




ELVA - TAILWIND

Gli Elva sono la nuova band di Elizabeth Morris, dei nostri amati Allo' Darlin, insieme a Ola Innset dei Making Marks e prima ancora dei mylittlepony. Elizabeth e Ola, coppia nella vita e ora anche nell'arte, fanno base a Moss in Norvegia, e nel loro delicato e luminoso folk-pop filtra tutta la magnifica musica che ci hanno regalato in questi anni. Debuttano con un 45 giri per Where Is At Is Where You Are intitolato Tailwind, in cui le loro voci si intrecciano a meraviglia, e già sto sognando un intero album.




SHRUG LIFE

Se l'etichetta che spinge il tuo disco d'esordio cita i Lodger per descrivere il tuo suono e provare a incuriosire gli ascoltatori, ecco, non sono sicuro che la strategia sia quella più vincente, ma di sicuro mi stai già parecchio simpatico. Loro si chiamano Shrug Life, sono in tre, vengono da Dublino e in effetti fanno proprio un indiepop molto energico, con certe sfumature da Ottanta inglesi, sanguigni e proletari (quelle voci sparate sopra le chitarre, quei versi di humour taglienti sulle società contemporanea). L'album si chiama come loro ed esce per la sempre fantastica Jigsaw:




Radiator Hospital - 'Play The Songs You Like'

Tornano finalmente a farsi sentire anche i Radiator Hospital di Sam Cook-Parrot! La band di Philadelphia ha prodotto il nuovo album Play The Songs You Like insieme a Jeff Zeigler (già al lavoro con War On Drugs e Kurt Vile) e lo anticipa con questa calda e abrasiva Pastoral Radio Hit, una canzone agrodolce che parla - chi se lo aspettava - d'amore e insicurezze. Il resto arriva il prossimo 20 ottobre su Salinas Records, e non vedo l'ora!




 Plastic Flowers - Absent Forever

Qui seguiamo il greco trapiantato a Londra George Samaras, meglio noto come Plastic Flowers, dai tempi dei primi demo su Soundcloud, ed è davvero notevole vederlo arrivare al traguardo del terzo album, Absent Forever, secondo per la label statunitense Native Sound. Ad anticiparlo questa How Can I, shoegaze parecchio dreamy che per quanto si sforzi di caricarsi di feedback e distorsioni non riesce a nascondere un carattere malinconico e inconsolabile. Non per niente "through this album Samaras explores themes of personal flaws and downfalls that changed his life and helped him complete Absent Forever". Proprio per questo mi piace che il comunicato di presentazione del disco dica esplicitamente che le canzoni sono state scritte "dealing with massive academic workload and stress for his PhD". Plastic Flowers voce di tutti gli shoegazers fuorisede del mondo!




HONEY LUNG - STUTTERING MIND

Sempre in tema di shoegaze, non avevo mai sentito gli Honey Lung, quartetto proveniente da Londra, ma scopro che sono già passati sulla BBC e per festival come il Great Escape. Questo loro nuovo singolo Stuttering Mind, genuinamente uscito dagli Anni Novanta, a prima vista può passare inosservato, ma poi rivela un crescendo che avvolge e che sfocia in un "muro di suono" dal fascino languido, come dei classici My Bloody Valentine alle prese con le forme degli Smashing Pumkins.

mercoledì 27 settembre 2017

I'm going forward! I'm moving backwards!

Spiral Stairs live @ Freakout Club, Bologna 2017/09/26


È il 2017 e qui stasera c’è gente che si fa ancora i selfie insieme a Scott Kannberg. Con una macchinetta digitale, non con il telefono. È il 2017 e qui c’è gente arrivata con addosso una maglietta dei Pavement, ovviamente comprata a qualche data in Germania o in Gran Bretagna, e ovviamente prima che i Pavement si sciogliessero. Li guardo durante il cambio palco, questi miei coetanei del secolo scorso che domattina dovranno timbrare il cartellino come me. Avranno preso ansiosi il biglietto in prevendita come me, e poi si saranno stupiti che qui stasera ci sono tipo sessanta persone al massimo. Avranno detto a casa, ciao vado a sentire Spiral Stairs, ti ricordi, era quello dei Pavement, e mogli e figli forse li avranno abbracciati con tenerezza. Bravo, vai, non fare tardi. È il 2017 e la banda di ragazzini olandesi in apertura ha spaccato abbastanza, suonando con encomiabile tiro pezzi che mi ricordavano un po’ gli Urusei Yatsura un po’ i Get Up Kids, e concludendo con un inno intitolato Indie Academy. Dico, nel 2017. Comunque si chiamano Canshaker: io e i miei coetanei con la maglietta dei Pavement domattina li ascolteremo soddisfatti con gli auricolari in ufficio.
È il 2017 e a un metro da me c’è Spiral Stairs con gli occhiali da vista, pochi capelli corti e bianchi. Sposta il case di un ampli con sopra un adesivo dei vecchi FUCK. Cazzo, penso, sono proprio a Bologna, non potrei essere da nessun’altra parte. E anche se nello stanzone del Freakout non si respira come sempre, come se chiunque intorno a me fosse in tour da mesi, e da mesi non avesse mai visto una doccia o una lavanderia a gettoni, mi viene proprio da pensare che tutto sommato voglio bene a questa città che non mi appartiene e che non ha bisogno di me. È il 2017, ed è l'indie rock. Siamo arrivati qui.
Il concerto poi è un affare a tratti ingombrante, a tratti un po' troppo cattivo e a tratti quasi affettuoso, ma di un affetto scanzonato, mai davvero sentimentale. Kannberg sul palco sembra lasciarsi andare del tutto solo in poche occasioni, e mi pare che la scaletta ingrani un po' a fatica, dopo tre o quattro canzoni, su Unconditional, una delle più belle e distese dell'ultimo album Doris And The Daggers. Un disco equilibrato, che tiene assieme chitarre piene con arrangiamenti di fiati e tastiere, e lo fa con una sua grazia e serenità, mentre qui stasera la band (che vede al basso e alla seconda voce Jon Auer dei Posies) sembra decisa a scrollarsi di dosso ogni traccia di delicatezza. Il suono insegue un impasto caotico che non sempre riesce a governare. Ogni tanto Kannberg si volta di scatto per ordinare al batterista di non rallentare, oppure guarda storto l'altro chitarrista per un assolo uscito scomposto, e non sembra scherzare. Poi magari arriva una splendida Caught In The Rain dei suoi Preston School Of Industry, oppure arriva addirittura una sua cover dei Pavement, tipo Date With Ikea o Kennel District, e all'improvviso tutti, sopra e sotto al palco, sono felici come bambini. Mi torna in mente un post di Matthew Perpetua di qualche mese fa, in cui parlava di Kannberg osservando "his particular type of artsy nerdiness and his oddly evasive approach to expressing himself". Come un ragazzo che non riesce mai a pronunciare fino in fondo i propri desideri e sentisse il bisogno di seppellirli dentro di sé. Una sgangherata Falling Away sul finale (lo so: quasi era meglio non sentirla così) e questo blog torna giovane, ai brindisi sulle onde radio sparate dallo scantinato di Via Masi, e poi una tumultuosa Two States come ultimo bis, con Kannberg che scende in mezzo a quelli rimasti dentro il Freakout per saltare ancora fiero, passare il microfono e urlare. È il 2017, era l'indie rock, porteremo con noi anche questo.



mercoledì 20 settembre 2017

How to love with a broken heart

Petite League - Rips One Into The Night

Che interminabile incanto, i vent'anni degli amori che ti travolgono e tirano giù tutto, i vent'anni invincibili degli "as long as I'm with you / ain't scared of nothing / but losing you". I vent'anni insaziabili, beffardi e spavaldi: "I wanna be a nightmare dreamer / girlfriend stealer, summertime fever / I wanna make out with the grim reaper". I vent'anni di ogni cosa che sembra per sempre, e ogni cosa è sul punto di precipitare: "I loved you more than one night / but you don't remember me". I vent'anni ancora illusi di poter guarire dai vent'anni: "All the things I do / I do to keep my mind off of you / and it's not going great".
I vent'anni bisognerebbe cantarli sempre così, come in questo nuovo album dei Petite League. La musica dentro Rips One Into The Night è il vento in faccia mentre il nostro eroe Lorenzo Cook corre via sullo skate, New York sullo sfondo (su Billboard racconta un po' il suo rapporto con la città). Le sue esuberanti canzoni da sempre qui sul blog suonano forte, tra chitarre a perdifiato e parole sincere di inesauribile adolescenza, come si diceva. Un sanguigno indie rock che può ricordare certi Cloud Nothings da cameretta o un Wavves più indiepop (ah, mi è tornata all'improvviso nostalgia dei Cause Co-Motion!).
Poi, lo sappiamo, i vent'anni sono anche imparare a fare i conti col fatto che i vent'anni scivolano via, e il trucco sta nel saper trattenere qualcosa tra le dita. Petite League riesce bene a mescolare alla sua irruenza garage chitarre acustiche e sporche, e cori sussurrati per chi se ne è andato e non li ascolterà mai: "I learned how to walk with broken bones / how to love with a broken heart". Un terzo disco (in tre anni) che suona fresco e diretto come uno spumeggiante debutto.





venerdì 15 settembre 2017

"I went out in the storm and I'm never returnin"

KATIE CRUTCHFIELD - WAXAHATCHEE

"Rock’s Not Dead, It’s Ruled by Women": era questo il titolo decisamente eloquente di un approfondito speciale che, un paio di settimane fa, il New York Times ha dedicato a una serie di band guidate o interamente composte da donne (compreso una specie di articolo/documentario davvero spettacolare). Al centro di questo speciale, tra nomi come Sheer Mag, Diet Cig, Downtown Boys e Soccer Mommy, c'era una doppia intervista a Katie e Allison Crutchfield, sorelle che ormai da un decennio ci regalano dischi strepitosi, prima nei P.S. Eliot, poi come Swearin e ora come Waxahatchee, la prima, e con una più che promettente carriera solista la seconda.
Questa sera, al Mattatoio Club di Carpi (MO) avremo la fortuna di vedere queste due musiciste sul palco assieme. Se amate l'indie rock si tratta di un double bill imperdibile. Allison sta portando in giro il primo disco a suo nome, uscito all'inizio di quest'anno (a suo tempo qui sul blog gli avevo dedicato non poche lodi). I Waxhatchee presentano invece il nuovo Out In The Storm, pubblicato da Merge, album che ha raccolto consensi unanimi e che rappresenta senza dubbio la sua opera migliore e più compiuta. Un disco che trabocca urgenza, passione e combattività: qualcosa di cui l'indie rock ha oggi un gran bisogno.
Intorno a un palco tutto femminile tanto agguerrito, tre uomini a mettere dischi prima e dopo i concerti potrebbero ritrovarsi presto con le spalle al muro: a Fabio "Glamorama" Merighi, Giovanni "The Worst Taste In Music" Papalato e al sottoscritto il compito di riempire il dancefloor del Matta con una "storm" di sorrisi, cuori e brindisi.  Ci si vede a banco!



mercoledì 13 settembre 2017

I wear my heart upon my sleeve

Lali Puna - Two Windows

"Where will we go, after today? / Where will we go, after all?"
Sembrano due versi innocenti e semplici. Arrivano da Wear My Heart, canzone quasi al centro di Two Windows, il primo album dei Lali Puna dopo oltre cinque anni di assenza, a sette da Our Inventions. Ma l'altro giorno leggevo un'intervista in cui la cantante Valerie Trebeljahr dava, alla fin troppo esplicita domanda intorno a come mai Markus Acher (The Notwist, 13&God...) fosse uscito dalla band, una risposta in due parole secche: "We separated". E il gelo d'improvviso scendeva su tutti i giornalisti musicali del mondo, sui blogger, sulle riviste, sui synth abbandonati negli studi, sui dischi nei negozi e su quelli negli hard-disk.
"I wear my heart upon my sleeve / It's like an open book to you".
La cosa ironica è che la musica dei Lali Puna è perfetta per questo gelo del cuore e delle parole: custodisce da sempre glitch e sussurri, imperscrutabili silenzi digitali e palpitanti abbracci, buio siderale e piccole trepidanti fiamme portate in palmo di mano. Il genere fuori moda di cui i Lali Puna sono stati tra i principali alfieri, l'indietronica, ha rappresentato per un certo periodo storico l'incredibile compimento di un'utopia: la migliore, fino a quel punto, sintesi di artificiale e umano. Ingenua, forse come ogni utopia, ma se non altro positiva e vitale. Fradicia di malinconia, ma produttiva.
"All things will change / All things must change" (Wonderland).
Qualcosa forse si è spezzato, e la strada intrapresa oggi dai Lali Puna deve avere richiesto coraggio e molta dedizione. La Trabeljahr considera questo disco la sua "emancipazione", il frutto del lavoro di una madre single che ha deciso di non subordinare e abbandonare la propria arte alle fatiche quotidiane. Non capisco bene perché il comunicato che accompagna questo nuovo disco voglia presentare Two Windows solo come votato "a more dancefloor-friendly sound". Io credo sia il contrario: l'atmosfera generale mi appare sospesa, rarefatta, a tratti oscura. Certo ci sono bei momenti con una spedita cassa dritta (Birds Fying High la mia preferita), ma sono gli spazi dilatati della title-track o di Bony Fish (con Mary Lattimore), per esempio, a segnare più in profondità il tono generale. Mentre il pop come lo sanno fare i Lali Puna emerge bene nella sorprendente cover dei Kings Of Leon The Bucket o nel singolo Deep Dream, che invece cita Kylie Minogue.
"Time to sit here / and watch the world go mad / I'm asking for a break / I'm asking for some rest" (Her Daily Black).
Questa potrebbe apparire, al tempo stesso, una resa e una preghiera. Una confessione che non potrebbe essere più intima. La voce di Valerie Trebeljahr, mai così vicina come in questo momento, subito prima di frantumarsi in mille fragili frattali è un sussurro dolcissimo, e mi arriva addosso in tutta la sua impalpabilità. Quante volte ho pronunciato un'identica frase. Eppure, nonostante tutto, nonostante i colori crepuscolari che hanno sempre avuto per me questi suoni, io voglio credere che l'ultima parola ce l'abbia la luminosa canzone messa a conclusione dell'album:
"If you ask me / I would take your hand and say / carry your head up high".







sabato 9 settembre 2017

All we do is wait for someone

Guggi Data - Pop/Rock

Le stagioni salvate dalle canzonette, dalle chitarre vorticose, dai battiti veloci e irruenti. Non importa più quali erano i nostri buoni propositi, quale nuovo inizio credevamo di riuscire a intraprendere: “The heart is on restart, and I speak so to speak, but there’s nothing in me” (Recall). Si dice a volte che le canzonette siano vuote, e le canzonette di Guggi Data parlano proprio di vuoto, frasi secche fatte di parole che sembrano suonare vuote, di tempo vuoto che scivola via: “Time takes its toll, I don’t know where to go” (Descending). Un vuoto capace di dissolvere ogni forza di volontà (Willing To Lose) e il senso delle cose di tutti i giorni (Korea Blues). Anche nei momenti più euforici e irragionevoli c’è sempre un’ombra che sembra calare apposta a prosciugare ogni sentimento: “Sharing dreams, I want it all, it’s a selfless kind of thing” (All There Is). L’amore è un’opzione abbastanza indifferente, che in fondo si può abbracciare senza troppo coinvolgimento: “Baby I like your style, you’re so cool, maybe I love you” (Baby). Alla fine il giudizio è impietoso, e nessuno sembra salvarsi: “I’m not free, and you’re just a fool” (900).
Eppure, o forse, proprio per tutto questo, Pop/Rock è uno di quei dischi che ti salva dalla fine dell’estate, che ti scaraventa addosso "Svezia, chitarre supersoniche e malinconia" (come si diceva, stupiti ed entusiasti, qualche mese fa), e che sa scintillare di riverberi e fragorosi feedback, tipo My Bloody Valentine epoca Sunny Sundae Smile, tanto per citare un esempio aulico, oppure i Velocity Girl e i Rocketship, per fare sempre quelli twee, anche se ogni tanto l'album si concede momenti più pomposi e spavaldi, quasi Brit. Gustav Data Andersson, già nei Makthaverskan e nei Westkust, prende tutto quello che gli manca, il tempo e le parole, e da lì riesce a tirare fuori le sue canzonette "pop/rock", proprio come dice il titolo, semplicemente, perché sa bene che soltanto con quelle si salva la fine di un'estate.




giovedì 7 settembre 2017

Quarantenna 1 Festival: i quarant'anni di Radio Antenna 1!


Questa settimana dalle parti di Modena succedono un sacco di cose belle se vi stanno a cuore le radio indipendenti e la buona musica. Radio Antenna 1 infatti compie quarant'anni e sta celebrando il notevole traguardo con un nutrito programma di concerti, dj set ed eventi, il Quarantenna1 Festival.
Oltre a una maratona di trasmissioni con tutte le voci storiche della frequenza, sono in calendario anche alcune serate live imperdibili.
Domani verso le 21, all'Area Feste di Fiorano Modenese, un bel po' di storia del punk emiliano con Paolino Paperino Band e Lomas assieme sul palco (ma immagino che ci saranno parecchie sorprese) e a seguire il dj set che farà rivivere per una notte il leggendario Oasis Club.
Sabato alle 17, presso Casa Corsini, inaugura la Fonoteca Soneek Room, dedicata alla memoria di Massimiliano "Soneek Max" Teneggi, conduttore, dj e instancabile promotore e divulgatore della musica, dalle frequenze di Antenna 1 e dalle consolle di mezza regione. Max ci manca dal 2010 e questa iniziativa mi pare che gli renda omaggio nel modo più giusto.
Poi sabato sera, ancora live, a partire dalle 20 con Julie's Haircut, MOOD, Giancarlo Frigieri e Fabrizio Tavernelli.
Infine domenica, si trasferisce dentro Quarantenna1 anche il festival Meeting People Is Easy, curato da Youthless Fanzine e arrivato alla nona edizione. Headliner Bruno Belissimo, e prima di lui Gazebo Penguins, Tobjah, Catalog (di prossima uscita su La Barberia Records!) ed Her Skin.
Se volete conoscere un po' meglio la storia di Antenna 1, nata nel lontano e cruciale 1977, e quanto sia stata importante per la musica qui in pianura. sulla pagine facebook trovate una bella serie di video, con ospiti come Gianni Maroccolo, Julie's Haircut e Damir Ivic che la raccontano molto bene. Ci si vede a banco!